[Out of Land] That Dragon, Cancer

Più volte si è sempre sostenuto in questa sede su come il videogioco abbia raggiunto potenzialità narrative ed emotive talmente vaste che, forse, qualche volta vien da pensare che è fin troppo poco sfruttato. Spesso c’è poca considerazione sia da parte dei produttori ma anche da gran parte del pubblico (anche quello più fanatico) i quali preferisco che il videogioco continui ad essere un passatempo che sappia allontanarci dalla cruda realtà. Eppure è proprio la realtà simulata quella che può aiutarci a comprendere meglio come “funziona” il mondo che ci circonda, molto meglio di come potrebbero fare documentari o servizi dei telegiornali ormai diventati freddi o “spettacolari”.

Ecco quindi che, come un pugno in faccia senza preavviso, arriva “That Dragon, Cancer” a sconvolgere e snaturare completamente il medium videoludico. Non è la prima volta che nei videogiochi si parla di drammi personali avvertiti dagli stessi developer (come il micidiale Neverending Nightmares) ma qui andiamo veramente oltre perchè la realtà viene messa “in gioco” letteramente. Addio a protagonisti tormentati in cerca di redenzione e a complessi intrecci narrativi: in “That Dragon, Cancer” lo sviluppatore, Ryan Green, ci mette tutto se stesso nel renderci osservatori di quello che è probabilmente il male peggiore per un essere umano: la perdita del proprio bambino.

Questa è la storia (vera) di Joel Green infatti, bambino terminale per un cancro al cervello incurabile, oltre che la storia dei genitori Ryan e Amy. Non c’è molto da raccontare dato che il “gioco” vuole proporre lo strazio crescente di una famiglia costretta ad affrontare qualcosa che lo stesso Ryan simboleggia con un dragone (da qui il titolo del gioco). Non esiste quindi una componente narrativa forte in quanto il “giocatore” deve solamente assistere al dolore senza poter fare nulla e senza poter affrontare niente (al contrario: in più di una occasione, all’interno di diversi mini-giochi, siamo costetti a perdere. Una metafora di come nella vita, a volte, siamo destinati perdere). I più sensibili, soprattutto chi è genitore, potrebbero avere l’impulso di fermarsi e non avere più il coraggio di proseguire per quanto sia alto il livello di drammaticità. Potrebbe davvero essere il primo gioco al mondo in cui le schermate di caricamento rappresentino una salvezza piuttosto che un disturbo.

E’ veramente complicato descrivere in parole quello che quest’opera vuole offrire dato che è un mix emozioni: c’è da una parte il senso di tenerezza e di affetto nei confronti del piccolo Joel e dall’altra la pena e il dolore per i genitori (soprattutto per Ryan). E’ un’opera che vuole metterci continuamente alla prova: non ci sono boss di fine livello che possano reggere al paragone di un bambino che piange di dolore e di un padre sofferente e inerme. Ancora più agghiacciante poi sapere che tutto quello si sente (le voci di Ryan, Amy e Joel) siano autentiche.

Da apprezzare moltissimo le scelte di design: non è casuale la scelta di non dare un volto al bambino, come per simboleggiare come il “drago” sia così terribile e devastante da togliere tutto, anche un volto bello e felice di un bambino ancora troppo piccolo per capire quello che prova. A questo si aggiunge una serie di rappresentazioni oniriche davvero di ottima qualità e che rendono l’opera ben più di un “semplice” diario interattivo. Parliamo di un’opera dalla durata limitata, 2 ore, ma che vi sembrerà la più lunga della vostra vita.

Commenti finali
Dal profondo del mio cuore voglio dire grazie a Ryan Green. Non è solo il coraggio di un uomo che ha voluto gridare al mondo tutto il suo dolore ma è anche una riflessione di quali vette può e deve raggiungere il videogioco. That Dragon, Cancer non è sicuramente un’opera per tutti anche se lo dovrebbe essere: ogni tanto è importante fermarci e riflettere almeno una mezza giornata sull’importanza della vita umana (o su quanto faccia schifo il mondo, come volete voi).

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